QUANDO I CONTRIBUTI NON SEGUIRANNO PIÙ SOLO LA PERSONA, MA LA FUNZIONE
Anche su questo terreno è ormai necessario aprire un dibattito pubblico serio, prima che la trasformazione del lavoro renda evidente ciò che oggi molti preferiscono non vedere.
Per oltre un secolo abbiamo costruito il sistema contributivo su una base chiara: lavora una persona, quella persona produce valore, su quel lavoro si innesta la contribuzione che alimenta pensioni, tutele, equilibrio sociale.
Era un impianto coerente con l’economia del Novecento, ma ora qualcosa sta cambiando in profondità.
Una quota crescente di lavoro non sarà più svolta soltanto da esseri umani, sarà svolta da cellule miste, da automazioni intelligenti, da agenti artificiali, da sistemi in grado di coordinare, rispondere, analizzare, smistare, ottimizzare, decidere entro perimetri sempre più ampi.
E allora la domanda non è più marginale, diventa centrale.
Se una mansione continua a generare valore, perché il sistema sociale dovrebbe smettere di ricevere contribuzione solo perché quella mansione non è più svolta interamente da una persona fisica?
Attenzione, il punto non è attribuire diritti previdenziali a una macchina, i diritti restano della persona, devono restare della persona.
Ma la fonte della contribuzione potrebbe non coincidere più, in futuro, solo con il lavoratore umano, potrebbe dover seguire anche la funzione produttiva, ovunque essa venga esercitata.
È un passaggio delicato, ma ormai inevitabile da pensare.
Perché il rischio è evidente, l’automazione aumenta produttività, margini, continuità operativa, capacità di risposta, riduzione dei tempi e dei costi; ma se il sistema contributivo continua a poggiare soltanto sulle persone fisiche rimaste nella filiera tradizionale, allora si apre una frattura.
Da una parte si concentra il vantaggio economico, dall’altra si restringe la base contributiva che sostiene la collettività.
In altre parole: la ricchezza cresce, ma il meccanismo che alimenta il patto sociale si indebolisce. Qui non siamo davanti a una provocazione teorica, siamo davanti a una possibile mutazione della struttura economica e giuridica del lavoro.
Il problema non è “far pagare i contributi all’IA”, detta così, la formula è rozza e fuorviante, iI problema è molto più serio:
quando una funzione organizzativa produce valore stabile, sostituisce tempo-lavoro umano, presidia processi, coordina attività o genera efficienza economica, quella funzione può restare totalmente fuori dal circuito della responsabilità sociale?
Io credo di no!
Credo che nel tempo dell’intelligenza artificiale dovremo iniziare a distinguere con maggiore precisione tra:
- la persona, che resta titolare dei diritti;
- la mansione, che continua a generare valore;
- la funzione, che potrebbe diventare nuova base di contribuzione.
Questo cambierebbe molte cose.
Cambierebbe il modo di leggere l’organizzazione aziendale, cambierebbe il rapporto tra innovazione e welfare, cambierebbe il concetto stesso di costo del lavoro, perché una parte del valore non sarebbe più prodotta da un soggetto umano salariato, ma nemmeno potrebbe essere considerata socialmente neutra.
E qui emerge il punto etico.
Una tecnologia che genera ricchezza senza partecipare, in alcuna forma, al costo della coesione sociale, non innova davvero il sistema, lo alleggerisce per alcuni e lo appesantisce per altri, privatizza il beneficio e socializza il vuoto.
Per questo, a mio avviso, il tema della contribuzione della mansione non è una fantasia futuristica, è una delle grandi questioni dei prossimi anni.
Non per punire l’innovazione, non per frenare l’intelligenza artificiale, ma per evitare che la trasformazione del lavoro produca un sistema economicamente più efficiente e socialmente più fragile.
Il punto, in fondo, è semplice: se cambia la natura del lavoro, dovrà cambiare anche la geometria della contribuzione.


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