I NOSTRI FIGLI E I NOSTRI NIPOTI CHE COSA STANNO VEDENDO?
C’è una differenza enorme tra dichiarare che un sito non è destinato ai minori e impedire davvero che un minore vi acceda.
È una differenza che oggi non può più essere considerata secondaria, soprattutto quando ci troviamo davanti a contenuti pubblici che legano esplicitamente l’intelligenza artificiale alla guerra, alla superiorità in combattimento e alla funzione d’arma. In questi casi il lessico non lascia molto spazio all’ambiguità, non siamo nel territorio neutro della descrizione tecnica, ma in quello della legittimazione simbolica.
Ho visto personalmente Siti che promuovono l’utilizzo di armi coadiuvate dalla IA che ottengono “più uccisioni” in battaglia.
Alcuni siti dichiarano formalmente di non essere destinati ai minori, ma questa formula, da sola, non coincide automaticamente con una soglia reale di protezione. Se la navigazione resta normalmente accessibile, la dichiarazione di non destinazione non basta a impedire l’esposizione effettiva.
Ed è qui che il problema cambia natura.
Non siamo più soltanto davanti a una questione di privacy o di raccolta dati, siamo davanti a una questione educativa, culturale e morale. Perché un minore non entra in contatto solo con una pagina web, entra in contatto con un immaginario. E quando quell’immaginario presenta il software come sistema d’arma o l’intelligenza artificiale come leva di superiorità in combattimento, la soglia mancata non è solo tecnica, è simbolica.
Il punto decisivo è questo: la visibilità pubblica della retorica bellica dell’intelligenza artificiale produce normalizzazione, trasforma il lessico della guerra in linguaggio di innovazione. Trasforma l’architettura letale in architettura funzionale, trasforma ciò che dovrebbe restare moralmente perturbante in qualcosa di scorrevole, presentabile, quasi ordinario.
È proprio questa scivolosità a inquietare di più.
Perché la guerra, quando entra nel linguaggio del software, perde agli occhi del pubblico più giovane la sua opacità morale e tende a presentarsi come problema di efficienza, precisione, prestazione, integrazione. In altre parole, il rischio non è soltanto che un minore veda, il rischio è che impari a vedere quel mondo come linguisticamente normale prima ancora di poterne giudicare il peso umano.
Per noi di AIONETICA questo punto è netto, un’intelligenza artificiale etica non può essere progettata o impiegata per finalità militari offensive o distruttive. Questo limite non è debolezza, è fondamento morale.
Il rifiuto degli usi bellici dell’IA non è una sfumatura accessoria, ma uno spartiacque essenziale, insieme al rifiuto di strumenti disumani e alla tutela delle persone vulnerabili.
E allora la domanda non è più soltanto: un minore può accedere?
La domanda vera è un’altra, che cosa stiamo decidendo di rendere pubblicamente visibile, senza soglia, senza filtro, senza responsabilità simbolica?
Dire che un sito non è destinato ai minori non basta, se poi i minori possono entrarci senza ostacoli reali, e non basta ancora di più quando ciò che trovano non è un contenuto marginale, ma una narrazione in cui il software viene associato direttamente alla capacità di combattere, colpire, prevalere.
Qui la tecnica non si limita a mostrarsi, qui la tecnica educa.
Anche quando non lo dichiara. Anche quando non lo vuole. Anche quando si nasconde dietro la formula neutra del “non destinato”.
Per questo il problema non è soltanto l’accesso, il problema è la soglia che manca, e quando manca la soglia, manca anche una parte della responsabilità.
Vorrei che la politica valutasse puntualmente questi aspetti nell’interesse soprattutto delle prossime generazioni alle quali sarà affidato il destino del Paese.


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