eticamente.blog nasce dall’esigenza di dare ordine e continuità a una riflessione sull’Intelligenza Artificiale che non si fermi alla tecnologia.

Qui sono raccolti articoli e appunti dedicati all’etica applicata all’IA, alle sue conseguenze reali su imprese, lavoro e società, e al modo in cui queste tecnologie dovrebbero essere pensate prima di essere adottate.

Non è un sito di notizie, né uno spazio promozionale, è un luogo di approfondimento per chi preferisce capire prima di applicare.

TROPPI PAVONI TECNOLOGICI CON LE LORO RUOTE ENIGMATICHE

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Nel dibattito sull’intelligenza artificiale si sta diffondendo un fenomeno curioso, ma non innocente: molti scrivono come se si trovassero in un’aula universitaria, davanti a una platea di specialisti già formati, già introdotti, già in possesso dello stesso vocabolario.

Il risultato è che una parte rilevante dei lettori resta fuori dalla porta semplicemente poiché non comprende, e non perché sia incapace di comprendere, ma perché nessuno si è preso la responsabilità di accompagnarla dentro.

Sull’IA si moltiplicano articoli pieni di termini tecnici, sigle, formule concettuali, inglesismi, classificazioni sofisticate, riferimenti normativi e accademici. Tutto corretto, forse, tutto legittimo, certamente, ma spesso comunicato in modo tale da risultare inaccessibile a chi nella vita fa altro: l’imprenditore, l’artigiano, l’insegnante, il commerciante, il medico, il genitore, il cittadino che vorrebbe semplicemente capire che cosa sta accadendo.

E qui nasce il problema.

Il linguaggio specialistico è indispensabile quando serve a nominare con precisione un concetto, diventa invece un limite quando viene usato come ruota di pavone: colorata, imponente, scenografica, ma sostanzialmente enigmatica per chi la guarda da fuori.

La complessità non autorizza l’oscurità.

Chi scrive di intelligenza artificiale dovrebbe ricordare che non sta parlando di un tema riservato a pochi, l’IA entrerà nel lavoro, nella scuola, nella sanità, nella giustizia, nei processi aziendali, nella comunicazione, nelle relazioni quotidiane, non è più una materia per addetti ai lavori è una trasformazione sociale.

Per questo il primo dovere di chi comunica l’IA non è impressionare, ma farsi comprendere.

Ho già visto questo errore in altri ambiti, soprattutto nella filosofia, l’idea secondo cui, se il lettore non comprende, il problema è del lettore: “Io mi esprimo a livello, se gli altri non capiscono, sono affari loro.”

È una posizione gravissima.

  • Non è profondità, è distanza;
  • non è autorevolezza, è chiusura;
  • Non è cultura, è mancanza di rispetto verso chi non appartiene alla stessa corporazione linguistica.

La vera competenza non si misura dalla quantità di parole specialistiche impiegate, ma dalla capacità di rendere comprensibile ciò che è complesso senza tradirlo, questa è la differenza tra divulgazione seria e banalizzazione. Parlare chiaro non significa abbassare il livello, significa alzare la qualità della relazione con chi legge.

Soprattutto sull’intelligenza artificiale.

  • Perché se le persone non capiscono, non possono scegliere;
  • se non possono scegliere, non possono difendersi;
  • se non possono difendersi, l’innovazione diventa dominio.

E allora il linguaggio non è più un fatto stilistico, diventa un fatto etico.

Chi usa parole incomprensibili per spiegare una tecnologia che cambierà la vita di tutti rischia di costruire una nuova barriera sociale, da una parte chi sa nominare il mondo nuovo, dall’altra chi lo subisce senza strumenti per interpretarlo.

AIONETICA nasce anche contro questa frattura.

  • Non contro la competenza specialistica, che è necessaria;
  • non contro la ricerca, che va rispettata;
  • non contro il rigore, che deve restare.

Contro l’idea che il rigore debba necessariamente parlare una lingua chiusa, autoreferenziale, quasi iniziatica.

L’intelligenza artificiale ha bisogno di ingegneri, giuristi, filosofi, informatici, economisti, sociologi, ma ha bisogno anche di parole capaci di arrivare a chi non frequenta convegni, non legge paper scientifici, non conosce le sigle, non ha tempo di decifrare ogni frase come fosse un rebus.

La chiarezza è una forma di democrazia.

E forse oggi dovremmo iniziare da qui: meno pavoni tecnologici, meno ruote enigmatiche, meno compiacimento linguistico.

Più rispetto per le persone, perché quando un tema riguarda tutti, parlare chiaro non è una concessione, è un dovere.


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