Il senso della vita di Giacomo Casanova
ArteE’pensiero con Carlo Vighi e Monica Daccò
Giacomo è morto sereno, senza rimpianti e pentimenti “scrivo la mia vita per ridere di me e ci riesco” ¹, carico di speranza e curioso di veder nell’oltre, convinto che la morte non è altro che “mutamento della forma” ². Uno stato di grazia terreno, il risultato di un lungo e tormentato percorso, alternato da felicità e disperazione, ricchezza e povertà, saggezza e follia. Un genio speciale che non sforzò neppure i suoi talenti, nel “mi diverto perché non invento nulla” ³ vi sono tracce dell’essenza di una vita.
Nel tempo per Giacomo si è scritto tanto, per lo più speculando sulle esperienze sentimentali bollate come avventure, e falsando il pregevole profilo intellettuale del personaggio. Giacomo è stato vittima di un’infanzia desolante, impregnata di solitudine e priva degli elementari contributi affettivi, è vissuto da orfano fuori dall’orfanatrofio dove almeno lì avrebbe trovato il conforto di qualche compagno. Morto il padre all’età di otto anni, il ragazzo visse l’infanzia nell’attesa di veder la madre, celebre attrice ma pessima nel ruolo materno, costantemente impegnata nei teatri, sempre inesorabilmente assente. Affidato alla nonna per essa conservò un generoso affetto e una particolare riconoscenza, nobili sentimenti che lo accompagnarono per tutta la vita.
Di salute cagionevole, alle sofferenze giovanili oppose un carattere determinato ed ambizioso, qualità che gli permisero di superare agevolmente le circostanze più avverse come l’esilio e la galera. Indeciso tra la carriera ecclesiastica o militare di fatto scelse di dedicarsi alla dolce vita ritenendo insensate e sconfortevoli tutte le privazioni terrene.
Su queste radici è germogliato il tormentato Casanova, ma anche la sua incredibile capacità di reagire alle avversità spingendolo oltre ogni razionale pensiero. Ragazzo ambizioso e permeato dalla voglia di vivere, temeva solo la povertà e l’emarginazione. Intellettuale e filosofo imprevedibile, dotato di un pensiero creativo che lo spingeva al di là degli orizzonti convenzionali, amava esplorare, conoscere, sperimentare e condividere. Si era distinto nel bel mondo con la sua esuberante loquacità e la sua gentilezza, sfoggiando sconfinati saperi e fantasiose avventure con le quali intratteneva il pubblico femminile come l’uomo dei sogni.
Giacomo aveva “le mani bucate” costantemente immerso nei debiti, viveva abbondantemente al di sopra delle proprie possibilità, frequentava ambienti goderecci dove il denaro non era certo il primo dei problemi. Amava il gioco “senza fondi” un’avventura spericolata che gli restituiva emozioni intense e talvolta drammatiche, per lui probabilmente uno dei segreti dell’eterna giovinezza. Uomo degli ossimori, alternava euforia e depressione, un carattere ciclotimico supportato da doti naturali eccezionali e da un’intelligenza fuori dal comune. Le tante vicende sentimentali erano coscientemente frutto delle sue carenze affettive, una catena di esperienze inanellate da un unica grande calorosa passione per l’universo femminile.
Giacomo visse con straodinaria intensità, una scelta ed un privilegio, un autentico nocchiere innamorato della vita e dei suoi molteplici aspetti, conforme ed anche selvaggio, sorprendente in ogni situazione. Affamato di esperienze, era nel profondo un artista che seppe trasformare l’esistenza in un’opera d’arte, una meravigliosa creatura della quale conservò nei diari piacevoli e nostalgici ricordi. Nella morte l’ultima sorpresa “son vissuto filosofo e muoio cristiano”
¹·²·³ estratti da una lettera di Casanova inviata a G. F. Opiz nel 1791

