eticamente.blog nasce dall’esigenza di dare ordine e continuità a una riflessione sull’Intelligenza Artificiale che non si fermi alla tecnologia.

Qui sono raccolti articoli e appunti dedicati all’etica applicata all’IA, alle sue conseguenze reali su imprese, lavoro e società, e al modo in cui queste tecnologie dovrebbero essere pensate prima di essere adottate.

Non è un sito di notizie, né uno spazio promozionale, è un luogo di approfondimento per chi preferisce capire prima di applicare.

PATENTE IA

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Conoscere le Intelligenze Artificiali per saperle usare, giudicare e governare

come possiamo giudicare uno strumento che non conosciamo?

Forse è proprio da qui che dovrebbe cominciare una vera alfabetizzazione all’Intelligenza Artificiale, e forse è arrivato il momento di darle un nome comprensibile:

PATENTE IA

Non una licenza burocratica, non un certificato che autorizza qualcuno a utilizzare una macchina, una patente culturale, capace di fornire gli strumenti minimi per sapere che cosa abbiamo davanti, comprenderne capacità e limiti e decidere consapevolmente come utilizzarlo.


IL PROMPT È SOLTANTO L’ACCELERATORE

Negli ultimi anni una parte considerevole della formazione sull’Intelligenza Artificiale si è concentrata sui prompt.

  • Come formulare meglio una domanda.
  • Come assegnare un ruolo alla macchina.
  • Come costruire istruzioni più efficaci.

Tutto utile, ma è soltanto l’inizio, sarebbe come sostenere che una persona sappia guidare un’automobile perché ha imparato a utilizzare volante, acceleratore e freno.

La guida comincia veramente quando conosciamo il mezzo, quando sappiamo quali prestazioni possiamo chiedergli, quando riconosciamo una situazione di pericolo, quando sappiamo distinguere un comportamento normale da un’anomalia.

E soprattutto quando siamo in grado di decidere autonomamente se quello strumento sia adatto al viaggio che vogliamo intraprendere, con l’Intelligenza Artificiale vale esattamente lo stesso principio.

La capacità critica non nasce dalla diffidenza, nasce dalla conoscenza.

Una persona che non conosce minimamente l’IA può considerarla miracolosa oppure completamente inaffidabile, sono due giudizi apparentemente opposti, ma derivano dallo stesso problema.

La mancanza degli strumenti necessari per valutarla.


NON ESISTE “LA” INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Questo è probabilmente il primo concetto che una Patente IA dovrebbe insegnare, un sistema può essere straordinariamente efficace nell’analisi dei documenti e mediocre in un’altra attività.

  • Un altro può possedere memoria.
  • Un altro ancora può non conservarne alcuna.
  • Uno può lavorare esclusivamente sulle informazioni contenute nella conversazione.
  • Un altro può consultare una base documentale aziendale.
  • Un altro può interagire con software esterni, interrogare database o compiere determinate azioni.

E persino due sistemi basati sullo stesso modello possono comportarsi diversamente se vengono configurati, istruiti e inseriti in ambienti differenti. La domanda quindi non dovrebbe essere:

“L’IA è capace di fare questo?”

Dovrebbe diventare:

“Questa IA, configurata in questo modo e inserita in questo contesto, è capace di farlo?”

Sembra una differenza linguistica, è invece una differenza culturale enorme.

Perché impedisce di attribuire a tutta l’Intelligenza Artificiale il successo o il fallimento di un singolo sistema.


PRIMA CONOSCERE. POI GIUDICARE.

Stiamo assistendo continuamente a giudizi estremi sull’Intelligenza Artificiale.

  • È straordinaria.
  • È inutile.
  • È pericolosa.
  • È stupida.
  • Sostituirà tutti.
  • Non è capace di fare nulla senza sbagliare.

Ma quale Intelligenza Artificiale, utilizzata come e addestrata su che cosa?

  • Con quali strumenti?
  • Con quali informazioni disponibili?
  • Con quale memoria?
  • Con quale controllo umano?

Senza queste domande il giudizio perde gran parte del proprio significato, un’automobile da città, un camion e una vettura da competizione appartengono tutti alla grande famiglia dei veicoli, possiedono persino molti elementi comuni, ma nessuno penserebbe di valutarli con gli stessi criteri.

Con l’IA stiamo invece facendo ancora molto spesso proprio questo, ed è per questo che l’alfabetizzazione non serve soltanto a utilizzare meglio la macchina.

Serve prima ancora a giudicarla meglio.

Solo dopo aver acquisito una conoscenza minima posso stabilire se una risposta è soddisfacente, se una determinata funzione è realmente innovativa, se il sistema proposto da un fornitore vale ciò che costa oppure se una soluzione apparentemente economica è perfettamente sufficiente per ciò che devo fare.

La conoscenza crea autonomia di giudizio.


DUE IA IDENTICHE POSSONO SMETTERE DI ESSERLO PROFESSIONALMENTE

Immaginiamo due sistemi perfettamente identici al momento della partenza:

  • Stesso modello.
  • Stesse istruzioni iniziali.
  • Stessi documenti.
  • Stessa mansione.

Alle otto del mattino uno entra in una metalmeccanica a nord di Modena e l’altro in una metalmeccanica a sud della città, il primo giorno partono appaiati, poi comincia il lavoro.

Incontrano aziende differenti, clienti differenti, tecnici differenti, problemi differenti, ricevono correzioni differenti, accedono a patrimoni documentali che progressivamente cambiano, affrontano eccezioni, casistiche e procedure che appartengono alle rispettive organizzazioni.

Naturalmente una IA non “fa esperienza” automaticamente come un essere umano, dipende da come il sistema è progettato: quali informazioni vengono conservate, quali vengono validate, quali entrano nella memoria operativa e come vengono gestiti gli aggiornamenti.

Ma proprio questo è il punto, se memoria, conoscenza e processi di aggiornamento sono stati progettati correttamente, dopo alcuni anni le due IA possono essere diventate professionalmente molto differenti, anche se sotto il cofano continuano a utilizzare lo stesso motore.

Il vissuto operativo è la goccia sulla roccia, e la cultura di un’organizzazione è, in larga parte, il risultato sedimentato di migliaia di esperienze.


QUANDO L’IA ENTRA IN AZIENDA BISOGNA SAPERE CHE COSA LE STIAMO AFFIDANDO

Solo a questo punto arriva anche il problema del know-how, non come argomento contro l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, esattamente al contrario.

Più utilizzeremo queste tecnologie, maggiore dovrà essere la nostra capacità di distinguere ciò che può essere affidato loro da ciò che richiede attenzione particolare.

Il patrimonio di un’impresa non è costituito soltanto da brevetti e documenti riservati, è fatto di procedure, correzioni, casi affrontati, modalità commerciali, eccezioni, soluzioni tecniche, linguaggi e consuetudini costruite attraverso anni di lavoro.

Questa conoscenza non viene trasferita tutta insieme, si sedimenta, una procedura oggi, una casistica domani, una correzione la settimana successiva.

Conoscere lo strumento significa anche sapere che cosa accade a queste informazioni, quali rimangono disponibili, quali vengono memorizzate, quali possono essere esportate e quali condizioni abbiamo accettato utilizzando quella particolare piattaforma.

Non per avere paura, per governare consapevolmente ciò che stiamo facendo.


ANCHE COMPRARE UNA IA RICHIEDE UNA PATENTE

Il mercato sta rapidamente offrendo sistemi di IA per qualunque attività.

  • Assistenti commerciali.
  • Sistemi telefonici.
  • Generazione e gestione dei lead.
  • Assistenza clienti.
  • Supporto amministrativo.
  • Analisi documentale.

Alcuni costano poche centinaia di euro all’anno, altri migliaia, e il prezzo, preso isolatamente, non dice quasi nulla. Una soluzione economica può essere eccellente per ciò che deve fare, una soluzione molto costosa può essere sovradimensionata oppure semplicemente inadeguata.

Ma per giudicarle bisogna sapere che cosa stiamo guardando.

  • Che cosa sa fare il sistema?
  • Possiede memoria?
  • Come utilizza i documenti?
  • Può essere personalizzato?
  • Può essere integrato con strumenti esterni?
  • Che cosa rimane all’impresa se il rapporto con il fornitore termina?
  • È possibile trasferire altrove il patrimonio costruito nel tempo?

Sono domande che non richiedono una laurea in informatica, richiedono alfabetizzazione, la Patente IA serve quindi anche prima di acquistare l’Intelligenza Artificiale.

Serve per diventare clienti più competenti.


LA RESPONSABILITÀ NON È SOLTANTO DELL’UTILIZZATORE

Esiste naturalmente anche una responsabilità di chi progetta, vende e installa sistemi di Intelligenza Artificiale, non dovrebbe essere sufficiente consegnare al cliente la macchina e insegnargli quali pulsanti premere.

Se una soluzione entra realmente nei processi aziendali, la capacità del cliente di comprenderla dovrebbe essere considerata una componente della qualità stessa del progetto.

Perché un cliente formato non utilizzerà necessariamente meno l’IA, probabilmente la utilizzerà molto di più.

Ma saprà distinguere meglio le attività appropriate, verificarne i risultati, riconoscere i limiti, e dialogare con il fornitore.

E soprattutto sarà meno dipendente da una rappresentazione quasi magica della tecnologia.


L’ALFABETIZZAZIONE È GIÀ DIVENTATA UNA QUESTIONE EUROPEA

L’AI Act europeo ha introdotto esplicitamente il tema dell’AI literacy, chiedendo che chi fornisce e chi utilizza professionalmente sistemi di Intelligenza Artificiale presti attenzione alle competenze delle persone che operano con questi strumenti.

È un segnale importante, ma sarebbe riduttivo trasformarlo nell’ennesimo adempimento da spuntare.

L’alfabetizzazione serve prima ancora all’impresa, serve al professionista, e serve al cittadino.

Perché senza conoscenza di base non esiste vera capacità critica.

E senza capacità critica rischiamo alternativamente di fidarci troppo della macchina oppure di non fidarci affatto.

Entrambi gli atteggiamenti producono un cattivo utilizzo della tecnologia.


LA PATENTE NON SERVE PER ANDARE PIÙ PIANO

La metafora automobilistica potrebbe far pensare soprattutto a limiti, divieti e sicurezza, sarebbe un errore, la patente serve certamente a ridurre i rischi, ma serve anche a guidare meglio.

Chi conosce il mezzo può utilizzarne maggiormente le prestazioni, sa quando accelerare, quando rallentare e riconoscere un problema.

E soprattutto può scegliere il veicolo più adatto al viaggio, la Patente IA dovrebbe fare esattamente questo, non insegnare ad avere paura dell’Intelligenza Artificiale.

Non insegnare cento prompt destinati a diventare vecchi nel giro di pochi mesi.

Ma fornire quella base culturale che permette di comprendere sistemi destinati a cambiare continuamente.

Conoscere per utilizzare.

Conoscere per giudicare. Conoscere per governare.**

Perché le Intelligenze Artificiali non sono tutte uguali.

E più diventeranno potenti, specializzate e integrate nelle nostre attività, meno potremo permetterci di utilizzarle senza sapere realmente che cosa abbiamo davanti.

Forse la Patente IA serve proprio a questo, non ad autorizzarci a usare una macchina,

ad acquisire la competenza necessaria per non essere usati dalla nostra ignoranza della macchina.


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